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Mille Miglia

I 4 Moschettieri

Torniamo ora all'incontro in casa Canestrini: la cronaca, piuttosto romantica, di colui che è considerato il "padre del giornalismo automobilistico", è intrisa d'affetto per i tre amici, in particolare per Franco Mazzotti, il capo carismatico del quartetto, scomparso poi nel 1942, abbattuto durante una missione a bordo del suo aereo militare, sul Canale di Sicilia.

Non si deve però credere che, in via Bonaventura Cavalieri, tutto scaturì e si concretò nel volgere di pochi minuti: il motivo della visita dei tre bresciani all'amico giornalista era chiaro e preordinato. Nei numerosi precedenti incontri tra appassionati di motori erano emerse delle esigenze indifferibili:

1) Brescia, da loro considerata la "culla dello sport automobilistico" doveva recuperare il primato perduto.

2) La città della Leonessa doveva sganciarsi dall'orbita milanese: a tal scopo, il primo passo era istituire un proprio Automobile Club, che non dipendesse più dalla sede di Milano, come avveniva dal 1906.

3) L'obiettivo era quello d'organizzare un grande evento, «una gara di gran fondo, dunque su strade aperte al traffico, non per vetture speciali da corsa, ma per le vetture della costruzione corrente, una gara infine che oltre al suo contenuto ideale avesse uno scopo pratico ed un significato immediato, sia dal punto di vista tecnico che da quello sportivo».

4) Il tipo di competizione, lontano dai circuiti, doveva stimolare il ritorno alle corse dell'industria automobilistica nazionale, rappresentando un autentico banco di prova e collaudo.

«Fu Brescia, anzi un gruppo di Bresciani, a scuotere l'universale apatia», riconosce Canestrini. La determinazione ad agire fu fatta propria da un gruppo eterogeneo di uomini che seppero completarsi a meraviglia l'uno con l'altro.


Franco Mazzotti
, ventiduenne nel 1926, era spinto dal padre a impegnarsi in iniziative che lo preparassero ad affiancarlo nella conduzione delle sue numerose attività finanziarie e industriali; per carattere, pragmatismo e carisma apparì fin dall'inizio come il referente del gruppo.

«Franco, da poco ritornato dagli Stati Uniti, era ancora sotto l'impressione dell'enorme diffusione e del predominio dell'automobilismo nella vita d'oltre oceano e, nel suo giovanile entusiasmo, sembrava assillato da un'idea: fare altrettanto in Italia, fare qualcosa che avvicinasse il popolo all'automobile, trovare la manifestazione che richiamasse quelle enormi falangi di pubblico che aveva visto sui "tracks" americani», scrive di lui Canestrini.

Aymo Maggi, ventitreenne, pilota di magnifiche qualità, era «dominato dalla passione per il suo sport preferito, non sognava che la gara "monstre", che fosse diversa dalle solite».

Renzo Castagneto, trentaquattrenne, spericolato motociclista, era l'uomo che poteva rendere concrete le aspirazioni dei due giovani: dopo aver preso parte all'organizzazione delle più importanti manifestazioni, «coltivava un progetto lungamente accarezzato, ritornare alla luminosa tradizione bresciana».

Ai tre, che godevano non solo d'idee chiare ma, soprattutto, delle disponibilità finanziarie di Mazzotti, dell'entusiasmo di Maggi e delle capacità di Castagneto, mancava qualcosa che gli consentisse di mettere a fuoco l'idea vincente.

O meglio, mancava loro qualcuno: qualcuno che sapesse plasmare le idee nella loro miglior forma per ottenere l'interessamento - e l'appoggio - della stampa nazionale.

Un "esperto di comunicazione e public relations" diremmo oggi.

Chi poteva fare al caso loro meglio del trentaduenne Giovanni Canestrini, origine trentina, redattore della rubrica motoristica della Gazzetta dello Sport, profondo conoscitore dell'ambiente e amico di tanti piloti?