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Mille Miglia

L’incidente e la conseguente denigrazione mediatica

Tutto ebbe fine il 12 maggio 1957, quando, a circa dieci minuti dal traguardo di Brescia, Alfonso Cabeza de Vaca, 17° marchese De Portago, Grande di Spagna e nipote di Re Alfonso XIII, ventotto anni, pilota ufficiale della Scuderia Ferrari, reduce dalla vittoria al Tour de France, forò un pneumatico della sua Ferrari 315 a circa 300 km7h, piombando sul pubblico e morendo sul colpo insieme al co-pilota Nelson e a dieci spettatori. Invano l'attrice Linda Christian, che dopo averlo salutato a Roma aveva preso un aereo, lo attendeva a Brescia.

In Viale Venezia, quando giunse la notizia, Renzo Castagneto, Aymo Maggi e Giovanni Canestrini - i tre fondatori con lo scomparso Franco Mazzotti - insieme al Sindaco di Brescia Bruno Boni, intuirono immediatamente che la grande avventura era finita. In ogni caso, per loro si trattò di una realtà inaccettabile, malgrado il provvedimento governativo abbia impiegato solo tre giorni a farla finita con le vecchie, inimitabili, entusiasmanti, ma pericolose, corse su strada.

E quanti avevano gufato, quanti nutrivano interessi contrapposti, quanti potevano solo trarre profitto dalla scomparsa della più importante corsa italiana si scatenarono, presentando il conto di troppi anni vissuti all'ombra della Freccia Rossa.

Ebbe inizio una campagna, a tutti i livelli, atta a screditare la corsa, la sua città e i suoi organizzatori. Le profonde modifiche che l'Automobile Club di Brescia aveva in animo di apportare alla competizione, già prima del tragico incidente, con il ricorso a lunghi tratti autostradali, non poterono neppure essere illustrate.

«... poi la Mille Miglia l'hanno ammazzata. Sono venuti dalle grandi città i necrofori di professione, hanno intinto il pennino nell'inchiostro dello scandalo, dell'orrore, del pietismo...», così scriveva Luciano Mondini, celebre giornalista bresciano, nel 1958.

Persino Enzo Ferrari, costruttore della vettura protagonista dell'incidente, fu al centro di una campagna denigratoria ai limiti della persecuzione. Benché fosse apparso subito evidente che all'origine dell'uscita di strada di De Portago ci fosse lo scoppio di un pneumatico, dovuto al taglio provocato da un occhio di gatto (quelle piccole strutture metalliche annegate nell'asfalto, per separare la carreggiata, assai in voga a quel tempo), Ferrari fu perseguito in tutti i modi, anche penalmente, riuscendo a scagionarsi solo parecchio tempo più tardi.

Vani furono gli sforzi in sede politica del Sindaco Bruno Boni, vani pure quelli in sede sportiva di Aymo Maggi che, disgustato, si dimise dalla sua carica di Presidente della C.S.A.I., imitato da Giovanni Canestrini che della C.S.A.I. era consigliere.