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Mille Miglia

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Mille Miglia incompresa-Fine Epopea

I problemi delle vetture

Incompiuta, antesignana, disdegnata, dimenticata. Sono tanti gli aggettivi possibili per le tre sfortunate edizioni della Mille Miglia disputate subito dopo la conclusione della corsa classica.

Nel 1957, a seguito della tragedia avvenuta alla Mille Miglia a Guidizzolo, tra Mantova e Brescia, il Governo italiano pose fine alle corse automobilistiche su strade aperte al traffico.

Pur attendendo un provvedimento del genere, gli organizzatori bresciani non seppero darsi pace. Eppure, segnali negativi sulla sopravvivenza della corsa giungevano puntuali ormai da alcuni anni. La potenza - e la conseguente velocità - raggiunta dalle vetture negli anni Cinquanta rendeva sempre più ardua la disputa di competizioni tra il pubblico. Seppur minimizzati, alcuni incidenti mortali si ripetevano con tragica ricorrenza in molte gare dell'epoca.

Giannino Marzotto, vincitore di due Mille Miglia, nel 1950 e nel 1953, soleva ripetere: «Portare le nostre vetture a 300 km/h non è difficile. Il problema sta nel riportarle da 300 a 0 km/h». Lo sviluppo tecnologico, in quegli anni, aveva favorito una rapida evoluzione dei motori, che arrivavano ad esprimere potenze nell'ordine dei 350 cv; non altrettanto veloce era stato lo sviluppo di freni e pneumatici

La sicurezza in gara era tema assai dibattuto e sostenuto da opposte fazioni: la popolarità della Mille Miglia era però tale da porre fine ad ogni discussione. A evidenziare la pericolosità della corsa bresciana erano, soprattutto, i molti nemici che qualunque manifestazione di grande successo si crea inevitabilmente.

La Mille Miglia - in un'epoca nella quale le corse per vetture sport godevano di un seguito di gran lunga superiore a quelle della Formula 1 - faceva ombra a tutte le altre competizioni italiane, generando inevitabili invidie e gelosie.